Non esiste un unico «Indicatore Finanziario Strutturale» che decida da solo dove vanno i fondi europei. La politica di coesione usa criteri per classificare i territori e allocare risorse, poi altri indicatori per seguire i progetti e valutarne i risultati. Confondere queste fasi porta a credere che spendere denaro equivalga automaticamente a ridurre un divario.
Il criterio principale: PIL pro capite regionale
Nel periodo 2021-2027 le regioni NUTS 2 sono classificate in base al PIL pro capite espresso in standard di potere d'acquisto (SPA), confrontato con la media UE-27. Le regioni meno sviluppate sono sotto il 75% della media; quelle in transizione vanno dal 75% al 100%; quelle più sviluppate sono oltre il 100%. La Commissione europea usa questa ripartizione per distinguere le categorie territoriali della programmazione.
Lo SPA tiene conto delle differenze nei livelli dei prezzi e rende il confronto più significativo di una semplice conversione valutaria. Il PIL pro capite resta però una media: non descrive da solo povertà, qualità dei servizi o differenze interne a una regione. La classificazione orienta le risorse, ma non determina meccanicamente l'esito di ogni progetto.
Quali altri indicatori contano
Disoccupazione, istruzione, inclusione sociale, ricerca, ambiente e accessibilità aiutano a individuare problemi e priorità. Il loro ruolo non è identico in tutti i programmi: alcuni entrano nei criteri di ripartizione, altri descrivono il territorio o servono a misurare gli effetti degli interventi.
Per esempio, finanziare un collegamento ferroviario produce un primo dato di realizzazione: l'infrastruttura costruita. Il risultato riguarda invece ciò che cambia per gli utenti, come tempi di viaggio o accessibilità. Il denaro impegnato e quello speso sono indicatori finanziari ancora diversi. La piattaforma europea dei dati di coesione pubblica informazioni su stanziamenti, attuazione e risultati; confrontarle è più utile che fermarsi alla cifra assegnata.
Il caso italiano
L'Italia presenta divari regionali persistenti, ma non è divisa in due blocchi omogenei. Una media nazionale nasconde situazioni locali differenti, e anche all'interno di una regione possono convivere aree dinamiche e zone in difficoltà. La politica di coesione interviene con programmi territoriali e tematici: infrastrutture, competenze, imprese, innovazione e transizione energetica sono esempi, non garanzie di crescita.
Un programma può spendere tutto il finanziamento disponibile e produrre risultati modesti. Conta la qualità dei progetti, la capacità delle amministrazioni di realizzarli e la possibilità di mantenerne i benefici nel tempo. Una valutazione seria chiede anche che cosa sarebbe accaduto senza l'intervento: attribuire ogni miglioramento ai fondi rischia di esagerarne l'effetto.
Che cosa sappiamo del periodo successivo al 2027
La programmazione 2028-2034 è oggetto di proposta e negoziato europeo; le regole future non vanno presentate come già definitive. È plausibile che il dibattito dia peso anche a vulnerabilità industriali, demografiche e climatiche, ma il ruolo preciso di questi criteri dipenderà dai testi approvati.
Gli indicatori servono dunque a tre domande distinte: dove sono i divari, quali interventi vengono realizzati e quali cambiamenti restano. Solo l'ultima consente di giudicare se le risorse hanno contribuito a ridurre davvero le distanze tra territori.